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Leopardi, Giacomo:


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(Bücher frei Haus)
Inno ai patriarchi
Giacomo Leopardi

 E voi de' figli dolorosi il canto, 
Voi dell'umana prole incliti padri, 
Lodando ridirà; molto all'eterno 
Degli astri agitator più cari, e molto 
Di noi men lacrimabili nell'alma
Luce prodotti. Immedicati affanni 
Al misero mortal, nascere al pianto, 
E dell'etereo lume assai più dolci
Sortir l'opaca tomba e il fato estremo,
Non la pietà, non la diritta impose
Legge del cielo. E se di vostro antico
Error che l'uman seme alla tiranna 
Possa de' morbi e di sciagura offerse, 
Grido antico ragiona, altre più dire
Colpe de' figli, e irrequieto ingegno
E demenza maggior l'offeso Olimpo
N'armaro incontra, e la negletta mano 
Dell'altrice natura; onde la viva
Fiamma n'increbbe, e detestato il parto 
Fu del grembo materno, e violento
Emerse il disperato Erebo in terra.
Tu primo il giorno, e le purpuree faci
Delle rotanti sfere, e la novella 
Prole de' campi, o duce antico e padre
Dell'umana famiglia, e tu l'errante
Per li giovani prati aura contempli: 
Quando le rupi e le deserte valli 
Precipite l'alpina onda feria 
D`inudito fragor; quando gli ameni 
Futuri seggi di lodate genti
E di cittadi romorose, ignota 
Pace regnava; e gl'inarati colli 
Solo e muto ascendea l'aprico raggio 
Di febo e l`aurea luna. Oh fortunata,
Di colpe ignara e di lugubri eventi,
Erma terrena sede! Oh quanto affanno 
Al gener tuo, padre infelice, e quale 
D'amarissimi casi ordine immenso 
Preparano i destini! Ecco di sangue 
Gli avari colti e di fraterno scempio
Furor novello incesta, e le nefande
Ali di morte il divo etere impara. 
Trepido, errante il fratricida, e l'ombre
Solitarie fuggendo e la secreta 
Nelle profonde selve ira de' venti,
Primo i civili tetti, albergo e regno 
Alle macere cure, innalza; e primo 
Il disperato pentimento i ciechi 
Mortali egro, anelante, aduna e stringe
Ne' consorti ricetti: onde negata
L'improba mano al curvo aratro, e vili
Fur gli agresti sudori; ozio le soglie 
Scellerate occupò, ne' corpi inerti 
Domo il vigor natio. languide, ignave 
Giacquer le menti; e servitù le imbelli
Umane vite, ultimo danno, accolse. 
E tu dall'etra infesto e dal mugghiante
Su i nubiferi gioghi equoreo flutto 
Scampi l'iniquo germe, o tu cui prima 
Dall'aer cieco e da' natanti poggi
Segno arrecò d'instaurata spene 
La candida colomba, e delle antiche 
Nubi l`occiduo Sol naufrago uscendo,
L'atro polo di vaga iri dipinse.
Riede alla terra, e il crudo affetto e gli empi
Studi rinnova e le seguaci ambasce
La riparata gente. Agl'inaccessi
Regni del mar vendicatore illude
Profana destra, e la sciagura e il pianto 
A novi liti e nove stelle insegna.
Or te, padre de' pii, te giusto e forte,
E di tuo seme i generosi alunni 
Medita il petto mio. Dirò siccome 
Sedente, oscuro, in sul meriggio all'ombre 
Del riposato albergo, appo le molli
Rive del gregge tuo nutrici e sedi, 
Te de' celesti peregrini occulte 
Beàr l'eteree menti; e quale, o figlio
Della saggia Rebecca, in su la sera, 
Presso al rustico pozzo e nella dolce
Di pastori e di lieti ozi frequente 
Aranitica valle, amor ti punse
Della vezzosa Labanide: invitto
Amor, ch'a lunghi esigli e lunghi affanni 
E di servaggio all'odiata soma
Volenteroso il prode animo addisse.
Fu certo, fu (nè d'error vano e d'ombra 
L'aonio canto e della fama il grido
Pasce l'avida plebe) amica un tempo 
Al sangue nostro e dilettosa e cara
Questa misera piaggia, ed aurea corse 
Nostra caduca età. Non che di latte 
Onda rigasse intemerata il fianco 
Delle balze materne, o con le greggi 
Mista la tigre ai consueti ovili
Nè guidasse per gioco i lupi al fonte 
Il pastorel; ma di suo fato ignara 
E degli affanni suoi, vota d'affanno 
Visse l'umana stirpe; alle secrete 
Leggi del cielo e di natura indutto
Valse l'ameno error, le fraudi, il molle 
Pristino velo; e di sperar contenta 
Nostra placida nave in porto ascese. 
Tal fra le vaste californie selve 
Nasce beata prole, a cui non sugge
Pallida cura il petto, a cui le membra 
Fera tabe non doma; e vitto il bosco,
Nidi l'intima rupe, onde ministra 
L'irrigua valle, inopinato il giorno
Dell'atra morte incombe. Oh contra il nostro
Scelerlato ardimento inermi regni 
Della saggia natura! I lidi e gli antri 
E le quiete selve apre l'invitto 
Nostro furor; le violate genti
Al peregrino affanno, agl'ignorati
Desiri educa; e la fugace, ignuda 
Felicità per l'imo sole incalza. 



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